|
|
Nellumbratile,
tormentata figura di Gian Andrea, pronipote e delfino del gran vecchio Andrea Doria, si
vanno spegnendo i fulgori della Casata e della stessa Repubblica di Genova. Rimasto a soli
otto anni orfano del padre (lo spregioso e fascinoso Giannetto ucciso
nellinsurrezione di Gian Luigi Fieschi, perito a sua volta nella medesima tragica
notte) Gian Andrea è colui che, ricevuta uninvisibile ferita mortale, mai
rimarginata, patisce un lento, inarrestabile dissanguamento. Che non solo gli toglie le
energie e la voglia di vivere e agire, ma ogni fiducia negli altri e ein se stesso, il
gusto del potere, e lo fa scivolare in unapatia, in un deserto che un po per
volta viene invaso da fantasmi enigmatici, indecifrabili. Pur dotato di virtù militari e
politiche egli appare come lui stesso si definisce né vinto né
vincente. Autolesionista per troppa introspezione corrosiva, come si alienò con
lasprezza del carattere le simpatie dei contemporanei, non si conciliò neppure il
favore degli storici. Succube, in realtà, della Spagna, servì, in definiva, da comodo
schermo e capro espiatorio per gli errori e le deficienze di quei potenti (Filippo II,
Medina Celi e simili) guadagnandosi fama di ambiguità e peggio vuoi nel disastro della
flotta cristiana a Gerba vuoi nella stessa trionfale giornata di Lepanto, per cui
addirittura si parò di viltà e fellonia, laddove ad un sereno ponderato esame, il
suo defilarsi dalle prime linee può essere giudicato come la causale determinante della
vittoria cristiana. |