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Per critici e
colleghi, Billy Wilder è stato spesso considerato un regista cinico. In realtà, il suo
cosiddetto «cinismo» altro non era che un modo diretto di guardare alle cose, senza
cercare di renderle più gradevoli di quelle che sono. Peccato mortale per un cinema,
quello hollywoodiano, naturalmente incline a smussare gli spigoli della realtà, a
depurarla dei suoi aspetti meno edificanti. Da qui il tentativo di ridimensionare la vena
realistica che attraversa il cinema del regista, spacciandola per eccesso, quando non per
difetto, tipico di un cineasta «impietoso», addirittura «crudele». Emigrato due volte
per causa di forza maggiore dalla Galizia a Vienna in seguito allo scoppio della
prima guerra mondiale, da Berlino a Hollywood dopo lavvento del nazismo
Wilder mette a sua volta in scena vite difficili, sovente contrassegnate da viaggi
forzati, itinerari obbligati, che finiscono per plasmare i suoi personaggi, caratterizzati
per lo più da un atteggiamento concreto e disincantato nei confronti della vita.
Tuttavia, allitinerario fisico se ne aggiunge quasi sempre uno interiore, che porta
i suoi protagonisti a compiere scelte etiche profonde, capaci di restituire loro dignità
e spessore umano. Quello di Wilder è dunque un cinema morale, che nondimeno è riuscito,
in qualche modo, a convivere con la logica delluniverso hollywoodiano. Nel corso di
una carriera lunga quarantanni, il regista austriaco firmerà infatti opere che sono
diventate altrettante pietre miliari della commedia (A qualcuno piace caldo), del
melodramma (Viale del tramonto), del thriller (La fiamma del peccato),
dirigendo magistralmente alcune delle più grandi star americane, da Marlene Dietrich a
Marilyn Monroe, da Humphrey Bogart a James Cagney, da Barbara Stanwyck a Kim Novak, da Ray
Milland a Jack Lemmon. |