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Rosemarys
Baby, Per favore non mordermi sul collo, Linquilino del terzo
piano, Chinatown, Tess, Pirati, Frantic, Luna
di fiele, La morte e la fanciulla... Roman Polanski, apolide folletto dalle
sette vite, stretto in mezzo tra alcuni degli «ismi» pił perniciosi del secolo -
nazismo, stalinismo, perbenismo puritano -, si conferma, a distanza di trentanni,
protagonista di una delle esperienze cinematografiche pił originali ed enigmatiche
dellintero panorama internazionale. Nel suo cinema, frutto di uno strenuo corpo a
corpo, ora vincente ora perdente, con i fantasmi del cinema classico o di genere, Polanski
ha riversato tutto limpeto, disperatamente padroneggiato grazie a una grande
maestria cinematografica, di ossessioni e nevrosi antiche. Per questo, i suoi film, anche
quando sono realizzati allinterno del sistema produttivo ufficiale e sono popolati
da star (da John Cassavetes a Jack Nicholson, da Nastassja Kinski a Walter Matthau, da
Harrison Ford a Sigourney Weaver e Ben Kingsley), continuano a porre in primo piano, con
una coerenza che non teme molti confronti, listanza adulta del cinema, quella che
lavora sul versante oscuro della spettacolaritą, quella in cui tutte le
storie-ben-costruite si sbriciolano, alla fine, nella polvere inconsistente del dubbio,
tra le mancanze, gli incidenti, i lapsus del visibile. |